La Lingua dei Segni Italiana

La LIS (Lingua dei Segni Italiana) è la lingua usata dalle persone sorde e udenti appartenenti alla Comunità Sorda Italiana ed è un sistema comunicativo che sfrutta il canale visivo-gestuale che risulta integro nelle persone Sorde.


La ricerca sistematica sulla Lingua dei Segni iniziò negli USA ad opera di William Stokoe, alla fine degli anni cinquanta. Egli scoprì che i singoli segni della ASL (American Sign Language, la lingua usata dalla Comunità Sorda Statunitense) potevano essere scomposti in un numero relativamente limitato di unità minime prive di significato, che combinate diversamente davano origine a moltissimi segni, esattamente come nelle lingue parlate i fonemi, le unità linguistiche minime prive di significato possono, componendosi e ricomponendosi tra loro, dare origine a un numero enorme di parole diverse. Questa scoperta rivoluzionaria diede il via ad altre ricerche sia nella ASL che nelle altre Lingue dei Segni usate dai Sordi di diverse nazioni portando a risultati sorprendenti.


La Lingua dei Segni non è un codice comunicativo universale bensì esistono tante lingue dei segni quante sono le Comunità Sorde sul pianeta. Infatti, esattamente come le lingue vocali, le Lingue dei Segni sono nate spontaneamente quando i sordi hanno avuto la necessità di comunicare tra loro, di trasmettersi informazioni, esperienze, sentimenti. Ciascuna Lingua dei Segni ha poi sviluppato “caratteristiche proprie, legate alla particolare cultura in cui viene usata” (Caselli et al. 1994).


Le Lingue dei Segni, inoltre, sono molto diverse dalla gestualità che spontaneamente si utilizza durante una normale conversazione: a differenza dei gesti, infatti, esse sono “un sistema di simboli relativamente arbitrari e di regole grammaticali che mutano nel tempo e che i membri di una comunità condividono e usano per diversi scopi” (cit.)


Al contrario di quanto si possa pensare, il lessico delle Lingue dei Segni permette di esprimere qualsiasi concetto, concreto e astratto. Se volessimo parlare di povertà delle lingue dei segni potremmo farlo solo in relazione al contesto culturale in cui esse vengono più spesso usate. “Se una lingua viene usata in un ambiente ristretto [...] o solo all’interno della famiglia per assolvere scopi di uso comune, essa rimane povera e limitata al vocabolario tipico di questi contesti. [...] la lingua dei segni, nel momento in cui viene usata in ambienti più ricchi e da persone che interagiscono in modo più complesso, porta alla creazione di nuovi segni da parte dei suoi utenti (cit.)


In Italia la ricerca sistematica sulla LIS iniziò negli anni ottanta per opera dei ricercatori dell’Istituto di Psicologia del CNR di Roma, diretto dall’equipe di Virginia Volterra. In stretta collaborazione con un nutrito gruppo di persone Sorde lo studio condotto portò all’evidenza che la Lingua dei Segni Italiana, come le altre LS nel mondo, è una vera e propria lingua al pari delle lingue vocali con delle proprie regole sintattiche, semantiche, morfologiche e fonologiche.
Si stabilì, dunque, che LIS usata dalla Comunità Sorda Italiana è una vera lingua e che, come tale, è espressione della cultura e delle tradizioni di una vera e propria minoranza linguistica, inserita in una maggioranza udente, ma ben distinta da essa.
Per capire bene la differenza tra una lingua parlata, per esempio l’italiano, e una Lingua dei Segni bisogna immaginare la prima come un “nastro” formato da parole che si susseguono l’una all’altra e che si “introducono” nell’orecchio a stimolare il senso dell’udito. La Lingua dei Segni invece si costituisce come tante immagini che si sovrappongono l’una all’altra. È quindi intuitivo capire che le persone sorde strutturano il loro pensiero in maniera diversa e questo ha importanti conseguenze soprattutto nel momento in cui il bambino sordo viene inserito nella scuola normale: la Lingua dei Segni permette all’alunno di ricevere i contenuti attraverso il senso della vista, integro a differenza dell’udito, seguendo gli stessi ritmi dei suoi compagni udenti, aumentando oltre che il suo bagaglio culturale la sua autostima e favorendone l’integrazione e la definizione di un’identità forte.
Uno dei preconcetti riguardante le Lingue dei Segni è che utilizzarle ghettizzerebbe i sordi, costringendoli a comunicare solo con coloro i quali conoscono la Lingua dei Segni e impedendo loro una reale integrazione nella società.


Ebbene, pur sembrando paradossale è proprio la conoscenza della Lingua dei Segni che permette ai sordi di essere integrati nella società, a patto che vengano loro forniti gli strumenti adatti. Questa integrazione avviene su due fronti: il primo, dimostrato proprio grazie alla ricerca scientifica, è che i bambini sordi apprendono più facilmente la lingua parlata e scritta se la apprendono come seconda lingua dopo aver acquisito la Lingua dei Segni fin dai primi mesi di vita. Il secondo è che conoscere bene la Lingua dei Segni significa avere un forte senso di appartenenza ad una comunità, a una minoranza linguistica e non solo ad una categoria “svantaggiata” e quindi avere maggiore sicurezza e serenità nel momento in cui si affronta la società udente.


Infine grazie ad alcune esperienze di insegnamento della Lingua dei Segni ai bambini udenti è stato dimostrato che “l’insegnamento di una lingua dei segni in età precoce, stimolando il canale di comunicazione visivo-gestuale, possa favorire il potenziamento, nei bambini udenti, di alcune aree cognitive particolarmente legate all’attenzione, discriminazione e memoria visiva” (Rossini, Capirci et al. 1997)


Sembra quindi ormai assolutamente chiaro che la lingua dei segni, considerata fino a non molto tempo fa un povero mezzo che “salvava” quei sordi che per diversi motivi non erano in grado di utilizzare la lingua parlata e scritta, è invece un sofisticato strumento che permette integrazione, identità, cultura; vitale per i sordi ma importante anche per gli udenti, che imparandola avranno così la possibilità, oltre che di godere dei vantaggi poco sopra accennati, di comprendere e apprezzare appieno una vera comunità e di rispettarne le esigenze.

Molti si domandano quale sia il metodo più efficace nell’educazione al linguaggio del bambino sordo, ma è molto difficile isolare le variabili in gioco e poter affermare con certezza che il successo o l’insuccesso di un percorso riabilitativo dipenda dal metodo seguito, in quanto ogni bambino è unico e diverso. In Italia sono tre i metodi educativi più diffusi e ne proponiamo una breve descrizione:
• Metodo Orale: secondo tale metodo il sistema comunicativo di riferimento per l’educazione del bambino sordo deve essere quello della lingua orale, utilizzando anche strategie visive come la lettura labiale e la lettura e la scrittura precoci; inoltre un’enfasi speciale viene data all’allenamento acustico.
• Metodo Bimodale: è basato sull’uso della doppia modalità acustico-vocale e visivo-gestuale, si prevede che l’adulto parli e segni contemporaneamente seguendo la struttura sintattica dell’italiano.
• Educazione Bilingue: secondo questa prospettiva l’acquisizione precoce della LIS, possibile grazie al coinvolgimento di adulti sordi, offre al bambino l’opportunità di crearsi una competenza linguistica in maniera meno artificiale; parallelamente lo sfruttamento del residuo uditivo, l’apprendimento dell’italiano e una buona labiolettura sono indispensabili per permettere una reale integrazione con la società udente e sono quindi fondamentali una protesizzazione precoce, una quotidiana esposizione alla lingua parlata e un insegnamento formale.

BIBLIOGRAFIA
Caselli, Maragna, Volterra, Linguaggio e Sordità, gesti segni e parole nello sviluppo e nell’educazione, Il Mulino, Bologna, 2006.
Russo Cardona, Volterra, Le Lingue dei Segni, storia e semiotica, Carocci Editore, Roma, 2007.
Volterra, La Lingua dei Segni Italiana, la comunicazione visivo-gestuale dei sordi, Il Mulino, Bologna, 2004

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