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Gabriella Fusco, in questa video intervista, segna il suo nome e comincia a raccontare il suo percorso con la sordità e con la scuola.

La sordità fu una vera scoperta per la sua famiglia: erano tutti udenti.

Il padre, al momento dell’iscrizione, si preoccupò di quale scuola potesse essere adatta alla figlia. In quel periodo lavorava in un ufficio di propaganda fascista, in via Regina Margherita, ed ebbe l’idea di andare da Mussolini in persona a chiedere aiuto per l’istruzione di Gabriella. Mussolini lo rassicurò che ci avrebbe pensato lui e scrisse, allora, una lettera di ammissione e mandò il padre a consegnarla all’Istituto Tommaso Silvestri di Roma, in via Nomentana, e lui ci andò portando con sé la figlia sorda.

Gabriella racconta di aver conosciuto, in tempo di guerra, mentre frequentava l'istituto, una bambina ebrea che viveva nascosta, insieme alla famiglia, all’ultimo piano dello stesso edificio, se ne accorse per il viavai di cibo che le suore le passavano, e ricorda soprattutto l'angoscia di questa bimba per il timore che potessero arrivare i soldati tedeschi da un momento all'altro.

Racconta anche di quella volta che la madre la venne a prendere a scuola per poter pranzare insieme a casa. Durante il pranzo, Gabriella inavvertitamente si sporcò i vestiti e, preoccupata, confessò alla madre di aver paura delle punizioni che potevano infliggerle le suore a causa delle macchie. La mamma la tranquillizzò dicendole che avrebbero risolto ma togliendole i vestiti per lavarli notò dei lividi sul corpo della figlia. Alla richiesta di spiegazioni Gabriella le negò che fossero state le suore a farle del male.

I genitori compresero e, inorriditi e decisi, il giorno dopo andarono in Istituto a chiedere chiarimenti. La madre discusse con le suore e impose che non si adoperasse più la punizione corporale mentre la bimba era in braccio al padre che cercava di distrarla ma lei intuì tutto. Infatti, dopo questo episodio, le stesse suore, in assenza dei genitori, cominciarono ad offendere Gabriella bollandola come spia e insultandola con aggettivi inappropriati, maledicendo addirittura il padre, soldato alpino, perché non fosse morto sulle montagne.

Negli anni immediatamente successivi alla guerra, la madre decise di interrompere l’istruzione scolastica di Gabriella che all'epoca aveva 13 anni per far sì che badasse ai fratelli  più piccoli mentre lei e il padre andavano a lavorare.

All'età di 16 anni Gabriella decise di voler ritornare a scuola ma non le fu possibile perché il suo nome fu cancellato dai registri. Scoprì anche che per lavorare le sarebbe servito il diploma di scuola primaria così si rivolse alle suore per risolvere la questione: dopo un mese di studi fu promossa superando un esame orale.

I mestieri che la signora imparò furono il ricamo, il punto grosso, la cucitura delle toppe sui gomiti delle maglie, l’ornamento, e tanto altro. Gabriella ammette di aver appreso tutto in Istituto e pensa che sia importante imparare un mestiere ma ormai le scuole di questo tipo non esistono più.

Ha cominciato lavorando come sarta con la madre alla fabbrica dei busti corporali ma poi è stata assunta come impiegata al Ministero di Pubblica Istruzione.

Gabriella ricorda anche di come era organizzato l'Istituto. Durante le attività scolastiche e il tempo libero le femmine e i maschi erano sempre divisi: il contatto era proibito. Solo chi era di alta statura riusciva a comunicare, sbirciando attraverso delle enormi finestre, con i compagni dell'altro sesso, tra un braccio all’altro della struttura. Lei all'epoca era piccolina e non era ancora interessata ad avere questo tipo di scambio.