Renato ci fa accomodare in terrazza e ci racconta la sua infanzia cominciando a dire il suo segno nome. “Ho ricordi di quando ero piccolo, del rapporto con i miei genitori e del tipo di comunicazione che avevamo. A quell’epoca la società vedeva gli invalidi come persone di poco valore e di conseguenza io, essendo figlio di sordi, mi sentivo un poco inferiore. Non parlavo bene, a scuola ero un asino, andavo proprio male, sono stato bocciato tante volte. Di chi è la colpa? Come si fa a dire? Nella mia famiglia c’era poca cultura e non sopperiva alle lacune scolastiche. Ricordo di quando papà, o mamma, andavano a parlare con le maestre per sapere come andassi a scuola, era un problema, perché le maestre non sapevano usare i segni. Così toccava a me aiutarle; loro: “dì a mamma che sei un po’ asino e che devi studiare di più” ed io traducevo a mamma, cambiando: “vado così così ma con un po’ di sforzo ed impegno posso farcela”. Mamma ci credeva.

Solo che alla fine venivo bocciato così lei mi chiedeva spiegazioni sul perché visto che le avevo detto che andava tutto bene. Vi racconto del mio papà, mentre mamma aveva un cuore grande così papà era un po’ severo ed era anche un tipo orgoglioso, l’essere sordo non gli pesava anzi, si mostrava fiero di esserlo senza nessuna vergogna. Ho due, tre ricordi legati al suo modo d’essere. Una volta, ero piccolo, salimmo in tram tutti e quattro, mamma, papà, mia sorella ed io, chiacchieravamo segnando tranquillamente ed io ricordo benissimo l’uomo che vendeva i biglietti quanto ci fissava. Lui credeva che noi fossimo dei buffoni e disse “guarda i sordi, quanto rumore fanno!”, tutti i passeggeri del tram si girarono a guardarci. Al che papà, sorpreso, mi chiese cosa fosse successo. Io ripetei quello che aveva detto l’uomo.

A papà gli montò una rabbia, accorse dall’uomo e appena le porte si aprirono lo scaraventò fuori dal tram. Arrivarono i carabinieri. Tutto questo casino perché quell’uomo aveva offeso i sordi. Un’altra volta, avevo circa undici anni, ero al mare e giocavo. All’improvviso un uomo si avvicina e mi da’ un calcio che mi fa ruzzolare a terra. Non sapevo il perché. Lui mi disse che me ne dovevo andare via. Chiesi aiuto a mio padre, il quale a sua volta chiese spiegazioni all’uomo che però gli rispose con un sonoro vaffanculo… Papà mi chiese cosa avesse detto e io glielo ripetei, al che lui cominciò a litigare con l’uomo e poco dopo circa trenta persone al mare cominciarono ad azzuffarsi.

Intervennero i carabinieri e l’episodio uscì sui giornali. Nella mia infanzia ho un po’ sofferto, ero sempre sull’attenti per non far scattare qualche situazione che potesse diventare motivo di scontri e problemi, mi sentivo responsabile. Oggi ne ho un ricordo bellissimo ma allora avevo anche un po’ di vergogna che crescendo mi è passata. Oggi è tutto cambiato, ci sono ancora molti pregiudizi verso i sordi ma all’epoca era peggio, si facevano dispetti alle persone sorde.

Un altro ricordo è legato al periodo del servizio militare. Avevo 19 anni quando mi chiamarono per svolgere il servizio a Cassino, a 100 km circa da Roma. La comunicazione era difficile allora papà, un giorno sì e un giorno no più o meno, prendeva il treno e mi veniva a trovare facendo la spola: aveva bisogno di comunicare con me, di sapere di me.

Dopo un mese rientrai a Roma e il rapporto riprese come prima, con la solita routine, ci sentivamo tutti i giorni ed è stato così per tutta la vita fino a quando papà è morto, sempre insieme”.