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Anna Folchi, che è originaria di Firenze e vive a Monza (provincia di Milano), in questa videointervista racconta brevemente la storia di Mario D’Agata (Arezzo, 29 maggio 1926 - Firenze, 4 aprile 2009), un pugile sordo che è riuscito a conquistare il titolo mondiale della boxe. Il pugile è stato molto stimato non tanto per la sua fama quanto per la sua vita difficile e per le sue conquiste malgrado le avversità. C’è anche un libro con la sua biografia. Mario veniva da una famiglia molto povera. Ha frequentato l’Istituto Tommaso Pendola a Siena, terminando gli studi all’età di 18 anni. A quell’età si è poi innamorato della boxe, dopo aver assistito ad un incontro, e ha deciso di proseguire questa passione che col tempo è diventata la sua professione. All’inizio non è stato facile per via della sua sordità ma Mario non si è scoraggiato: la sua forza nel colpire gli avversari aveva sorpreso gli intenditori pur non possedendo una tecnica di base. La FPI (Federazione Pugilistica Italiana) non voleva dare la licenza (per passare al professionismo) a Mario, proprio a causa della mancanza di udito che gli impediva di sentire il gong finale, ma ben presto ha dovuto cambiare idea: ci sono state proteste e manifestazioni da parte di giornalisti, politici e abitanti di Arezzo per supportare il “piccolo Marciano” (chiamato così dalla comunità boxer) e favorire la sua carriera. Desta stupore il fatto che Mario, sordo e da solo, fosse acclamato da una folla di udenti per il suo valore e per la sua professionalità! Il pugile ha ottenuto titoli di campionato regionale, italiano ed europeo. Era pronto a conquistare il titolo mondiale quando è stato colpito da due colpi di fucile in una lite in cui era coinvolto il padre. Fortunatamente e grazie all’intervento della madre che si era immolata per fargli da scudo, D’Agata si è ripreso presto. Nessuno credeva che sarebbe salito di nuovo sul ring. Invece Mario ci è ritornato e nel 1956, finalmente, è diventato detentore di quel titolo mondiale con la vittoria per ferita. Anna ha avuto occasione di intervistare Mario il quale le ha raccontato di aver sofferto per solitudine: il suo lavoro era in un mondo di soli udenti e lui non ha mai avuto la possibilità di esprimersi con la lingua dei segni, infatti sono sempre stati gli altri a parlare per lui. Chi gli ha fatto da “interprete” sono stati il padre e il nonno. Proprio per le difficoltà che ha avuto nella vita e per la caparbietà e la determinazione nel volerle superare e conquistare un posto di rilievo, Mario D’Agata è stato ed è un orgoglio per le persone Sorde, ma ancora di più lo è per gli italiani, infatti egli è ancora oggi un simbolo della boxe per l’Italia (era secondo solo a Primo Carnera).