Renato, da un bel terrazzino, ci segna il suo nome e poi dice di voler raccontare una piccola storia sulla nascita dell’associazione di interpreti.

“Nei primi anni del 1980 ad Ancona alcune persone figlie di sordi fondarono un’associazione di interpreti per supportare le persone sorde. La regione Marche aveva già approvato, con una legge, il riconoscimento del ruolo dell’interprete LIS. Nei vari comuni di quella regione assumevano interpreti LIS con un contratto regolare, ed ancora oggi è così.

A Roma non c’era nulla di tutto ciò così abbiamo provato a contattare l’associazione e chiedere di incontrarci. A Roma c’erano tre, quattro interpreti, a Milano tre, e così in varie parti d’Italia ed abbiamo convenuto, durante il nostro scambio di opinioni, di unire le nostre risorse. Così l’associazione di Ancona si è trasformata a livello nazionale ed è stata fondata l’associazione ANIOS. Da quel momento sono cominciate varie attività. Prima di tutto quella di capire quale fosse effettivamente il ruolo di interprete; c’era ancora confusione, non era ancora considerata una vera professione, spesso i servizi di interpretariato erano volontari, così come volontaria era la scelta di approcciarsi alla professione. Insomma mancavano degli studi approfonditi. Ci venne in aiuto Elena Radutzky che dall’America venne con un interprete che ci fece una sorta di formazione e noi cercammo di capire come funzionassero le cose oltreoceano. Ci si è spalancato un mondo davanti! Ci sentivamo come giovani alla prima esperienza, in America erano avanti con tanti anni di esperienza alle spalle. Grazie a questa formazione noi abbiamo acquisito piena consapevolezza del ruolo di interprete. Da quel momento in poi ci siamo attivati politicamente, a livello nazionale, per il riconoscimento di tale ruolo e della LIS. Una battaglia cominciata allora e che continua ancora. Io ci spero sempre.

Un punto importante di questa storia va detto, questa battaglia cominciata negli anni ’80 non era condivisa dall’ENS. Infatti, all’epoca l’ENS non era d’accordo con il riconoscimento della LIS, per qualche motivo nascosto di cui io sono completamente all’oscuro. Ma per me era importante stabilire una separazione tra le due cose, gli interpreti da una parte con la battaglia del riconoscimento del proprio mestiere e dall’altra l’ENS che doveva difendere e tutelare i sordi. Non volevo si mischiassero le due cose, altrimenti si sarebbe creata confusione. Una battaglia che dura ancora oggi.

Devo dire che nella mia vita sono stato un po’ fortunato, anzi proprio fortunato. Come ho già avuto modo di dirvi, quello dell’interprete non era il mio lavoro, io il lavoro ce l’avevo, alla Camera dei Deputati. Quando finivo di lavorare allora sì, mi dedicavo al mondo dei sordi, ai servizi di interpretariato ed altro ancora, ma sempre dopo aver finito di lavorare.

Un giorno, nel 1992, mentre ero in vacanza al mare su un’isola, mi arrivò all’improvviso una telefonata da Roma, dalla Camera dei Deputati per dirmi che dovevo tornare urgentemente a Roma perché era appena stato eletto un sordo come deputato. Io ne rimasi meravigliato, non ci potevo credere, un sordo deputato! Così tornai a Roma. Quando ci presentammo con l’on. Bottini, lui rimase piacevolmente colpito dalla mia bravura con i segni e io gli spiegai che avevo genitori sordi e cominciò una confidenza tra noi. All’improvviso apparve al suo fianco una persona con l’etichetta di “interprete” sul vestito. Una signora di una certa età che mi chiese se conoscevo la “mimica” dei sordi.  Ma come, una interprete che usa il termine “mimica”, incredibile! Ho scoperto che la signora in questione era la moglie di Magarotto. Lei rappresentava l’ENS. Ci fu un putiferio alla Camera dei Deputati. Il partito socialista, alla luce del fatto che l’interprete era la moglie di un dirigente, decise di avvalersi di una persona che se ne potesse occupare e quindi chiamò me. Quindi diventai io l’interprete dell’on. Bottini. E cominciai a lavorare; lui si attivò parecchio, ma non avendo esperienza aveva bisogno del mio aiuto, nelle sedute delle commissioni io traducevo per lui. Lo facevo dalla mattina alla sera, 12 ore al giorno, ero sempre al suo fianco. Avevo avvisato subito la Camera dei Deputati, vista l’urgenza, che ero disponibile a fare l’interprete ma che non potevo farlo per 12 ore al giorno tutti i giorni, mi sarebbe costato troppo sacrificio. Mi fu promesso che sarebbero stati convocati quattro interpreti come dipendenti provvisori e mi fu chiesto dove poterli reperire. Io suggerii di chiedere al CNR. Dopo una valutazione, una apposita commissione selezionò quattro interpreti. A questo punto io mi misi da parte e ci pensarono direttamente quegli interpreti ad affiancare tutti i giorni il deputato con i vari turni fino alle due sia fuori che dentro l’aula. Dentro l’aula c’era una televisione da cui l’on. poteva seguire le discussioni attraverso gli interpreti, che erano fuori. Ma se era l’on. a voler intervenire con un discorso era obbligatorio che fosse un dipendente della Camera a tradurre e così mi presentavo io, lui segnava in aula e io traducevo a voce. Il lavoro funzionava così: se Bottini doveva ascoltare aveva a disposizione i quattro interpreti, se doveva parlare facevo io da interprete perché ero un dipendente. Durò per due anni circa, fino a quando si sciolse la Camera e Bottini non fece più ritorno. Io tornai alla mia vita, con il mio lavoro, con Anios, ed altre attività che continuo ancora oggi a fare”.