Renato, dalla sua terrazza ci racconta, dopo averci segnato il suo nome, come è cominciata la sua esperienza di interpretariato:

“La mia vita con i sordi è cominciata prestissimo, io ero molto piccolo e i miei genitori erano entrambi sordi. Sono stato un po’ costretto a fare da interprete in qualsiasi situazione.

Ricordo di quando ero piccolissimo e di papà che lavorava come tappezziere (?) nel suo negozio, lui aveva problemi di comunicazione con i clienti. Spesso mi chiedeva di aiutarlo a spiegare loro alcune cose per cui lui segnava ed io traducevo per loro; me la cavavo discretamente e papà era contento. Il sogno di papà era che io potessi lavorare con lui al negozio, ma il mio sogno invece era un altro.

Come famiglia avevamo un appuntamento fisso il sabato e la domenica: si andava ai circoli dei sordi, a Roma ce ne erano vari sparpagliati per la città. C’era un circolo, nel 1950, a via Tagliamento e i sordi si incontravano lì, anche in trecento, quattrocento, era come una grande famiglia con bambini sordi e udenti e i genitori sordi e si stava tutti insieme. Io sono cresciuto così, immerso nella cultura Sorda.

Capitava che papà mi chiedesse di fargli da interprete in varie situazioni e io lo accompagnavo. Anche mamma me lo chiedeva, l’ho accompagnata dal dottore, per esempio. Da piccolo succedeva che io equivocassi e mi sbagliassi, non era facile fare l’interprete, non sapevo e non capivo tutto. Mi dicevo “pazienza” e lo diceva anche mio padre ed andavamo avanti lo stesso.

Da via Tagliamento il circolo si è spostato a piazza del Gesù. Anche a piazza del Gesù venivano moltissimi sordi, era in una posizione centrale e bella.

Nel 1982 papà voleva un nuovo circolo per sordi, gli altri circoli avevano problemi interni e lui aveva espresso il desiderio di aprirne un altro. Io l’ho appoggiato. Abbiamo lavorato per mesi e finalmente abbiamo trovato una soluzione con il comune che ci ha assegnato un locale vicino a piazza Bologna. Il circolo si è attivato con tante attività diverse. Un giorno mi chiamò Maria Luisa Franchi che era già interprete per dirmi che al CNR di via Nomentana era in corso una ricerca che poteva interessarmi. Lì incontrai Virginia Volterra che mi espresse il suo entusiasmo per le attività del circolo e mi propose di avviare delle collaborazioni. Il circolo aveva le proprie attività come i viaggi, il turismo, le mostre, la pittura, ecc. ed in più si era attivato, nel 1982, un corso interpreti sostenuto dalla regione Lazio con appuntamento bisettimanale. All’epoca c’erano giovani ragazze interpreti ma non sapevano dove fare pratica.  Così abbiamo organizzato diverse attività con loro, c’erano varie iniziative, ad esempio una riservata a sole donne con tematiche delicate come il sesso e altro, una per uomini e donne con la lettura dei giornali con approfondimenti. I sordi erano molto contenti. C’erano alcune persone contro quest’associazione ma a noi non importava e le attività andarono avanti per un po’. Fino al 1988/89 poi per motivi interni all’associazione e per motivi di gestione il comune ha deciso di chiudere il locale.

Io avevo esperienza di interpretariato dovuta al rapporto con i miei genitori e alle loro esigenze ma non sapevo nulla di tecniche e strategie, non sapevo della LIS.  Grazie all’incontro con Volterra, con Peruzzi e ai vari contatti ho comincio ad averne consapevolezza. Proprio chiacchierando con loro uscì fuori che ad Ancona c’era un’associazione di interpreti. Così si organizzò un incontro a Roma con vari interpreti venuti da ancona e da più parti d’Italia. Fu un incontro produttivo da cui nacque l’idea di creare un’associazione di interpreti a livello nazionale, ANIOS, per intraprendere studi e ricerche.

Io non ho intrapreso un percorso professionale come interprete perché avevo già un lavoro. Ma ho sempre partecipato come volontario per promuovere quest’attività perché sono consapevole e convinto che sostenere i sordi vuol dire renderli più liberi.